12 – Fisiofisica della scrittura

 

Ho già detto (in Vignini) che la rassegna organica dei lavori fisiofisici sulla scrittura su cui mi sono formato attende in un Atomo messo in cantiere, e purtroppo anche in quarantena, giusto tre anni fa. Rimandando gli interessati della mia telelinguistica alla bibliografia sommariamente lì elencata mi limito ad esporre in questa News alcuni concetti chiave ispirati da L. Lurcat, Etudes de l'acte graphique, Paris 1974, H. Callewaert, Graphologie et physiologie de l'ecriture, Louvain, 1954 (disegni laterali, p. 34) e C. Rieu, Dalla motricità alla scrittura, Torino 1980 (disegni centrali, p. 19). Nella prossima News invece riporterò concetti paralleli attinenti la fisiofisica della voce.

Due parole manoscritte possono essere o apparire formalmente identiche nella loro fissatura grafica (mettiamo “jour”), anche se il “ductus” (percorso) della penna che le ha tracciate è stato parzialmente o diametralmente opposto (movimenti destrorsi, sinistrorsi, distali, prossimali, adduttivi, abduttivi, mancini, litografici o a specchio, ecc.). Vi può poi essere certamente anche una “cinematica” del ductus – quella un tempo insegnata dai professori di calligrafia – più corretta di un’altra, ma l’essenza del fenomeno grafico va ricercata non semplicemente in ambito cinematico, ma in ambito “dinamico”. Basta pensare che il segno grafico è solo una “traccia” statica, in genere semplice e solo bidimensionale, di un “movimento” complesso e tridimensionale, che oltre al “colpo di penna” (stroke) manifesto include anche gli stacchi di penna o “percorsi aerei” invisibili (vedi Buccola News 15).

Come ha genialmente osservato Buccolal'apprezzamento della forma per sé sola non è assolutamente sicuro”, e neanche il ductus ci può dire molto. Quello che servirebbe è invece il tempo impiegato nella redazione fisiofisica della parola scritta, ma chiaramente questo parametro è rilevabile solo in laboratorio durante la stesura del documento e non certo dalla pagina già scritta.

Delle tre dita – indice, pollice e medio - che servono alla “manipolazione” della penna, qualunque sia lo stile di impugnatura e di scrittura, l’unico che ha funzione spiccatamente “motrice” è in genere l’indice, mentre gli altri due integrano le funzioni sensomotorie della mano. Amanuensi, scrivani di professione e copisti si può dire che lavorano, meglio lavoravano, con rendimento ottimale, in regime inerziale, senza sforzo e senza “forza” (a vuoto, in senso elettrotecnico), esattamente come i loro colleghi telegrafisti. Solo con questi ultimi però può impostarsi uno studio dinamico (pistoni, bielle, manovelle, ecc.) pienamente e veramente scientifico, sia perché i segni sono solo i due elementari (e fondamentali) punto e linea, e sia perché in questo caso alle articolazioni di falangi, falangette, polso, ecc. è più facile applicare la legge di Vierordt.

Mi rendo conto che queste righe sono estremamente scarne, ma spero che i numerosi rimandi bibliografici aiutino. Si può leggere anche, con qualche utilità, il mio vecchio articolo La parola idolatrata e l’ottimo opuscolo illustrato La scrittura ("Fare scuola/6", La Nuova Italia, Firenze 1987) di cui riporto la copertina col sommario.

INDIETRO